Tra mito e realtà, si sviluppa la storia del brigantaggio calabrese dell'ottocento. E' una piaga che affonda le sue radici nel profondo disagio meridionale, nei confronti di quella Unità d'Italia che, vista da sud, sembrò piuttosto un'annessione ai Savoia che un concreto passo avanti verso l'unificazione.
Anche il Comune di Bianchi fu interessato al fenomeno, in particolare nella persona di PIETRO BIANCHI registrato all'anagrafe del Comune di Bianchi il 31 marzo 1839 figlio di Domenico Bianchi, pastore e di Rosa Bianchi, filatrice.
La sua vita avventurosa si avvolge a leggende che i nostri nonni amavano raccontare nelle lunghe serate invernali passate davanti al caminetto.
Sulla figura del brigante fiorisce anche una sorta di poesia orale, tramandata di bocca in bocca fino ai nostri giorni.
Eccone qualche passo:
Pietro Bianchi si diede alla macchia
non conosceva la campagna
pastore vi era stato da piccolo ............
Stando alle cronache più o meno ufficiali, il brigante inizia la sua "carriera" dopo una disputa avvenuta nel 1856 fra lui ed un altro " furse" (pastore), Domenico Stacco. Con i suoi accoliti Mancuso Rocco, Brusca Saverio, Caserta Santo, Brusca Santo, Villetti Pasquale, Muraca Bernardo, Pettinato Giacomo, Caserta Mario, imperversò nella zona di Bianchi, tra i pini della Regia Sila e nel crotonese.
Nel Comune di Bianchi ebbe due rifugi montani nelle zone dette " Matsici" e "Mancus".
A Masirici si può visitare la grotta, alla fine del sentiero, che fu il suo rifugio.
La leggenda di Pietro Bianchi racconta di antichi tesori, nascosti in luoghi misteriosi e fa del brigante un " Robin Hood" calabrese, pronto a difendere i deboli dalle malefatte governative e padronali.