EMILIO  BIANCHI
eroe dell'ultima guerra

Emilio Bianchi

Nacque a Sondalo (Sondrio) il 22 ottobre 1912. 

Volontario nella Regia Marina dal marzo 1932 ed assegnato alla categoria Palombari, frequentò il Corso di specializzazione presso la Scuola C.R.E.M. del Varignano (La Spezia) ed al termine imbarcò sulla nave idrografica Magnaghi, con la quale compì poi due crociere idrografiche nell'Egeo e nel Mar Rosso. 

Nel 1934 imbarcò sull'incrociatore Fiume, dove conseguì la promozione a Sottocapo, e nel 1936 venne destinato al 1° Gruppo Sommergibili di La Spezia. Conseguita la promozione a Sergente nel 1937, passò ad operare nella 1ª Flottiglia MAS, dando inizio all'addestramento che lo doveva poi far diventare Operatore dei Mezzi d'Assalto Subacquei. 

Durante il conflitto partecipò, nel grado di 2° Capo, ai due tentativi di incursione della base inglese di Gibilterra (ottobre e novembre 1940), quindi all'audace incursione della base di Alessandria come 2° operatore dell'SLC (maiale) n. 221 condotto dal T.V. Durand de La Penne. 

Partito da bordo dello Scíré nella notte del 18 dicembre, dopo aver superato gli sbarramenti penetrò con il suo capo operatore all'interno del porto e portò il suo mezzo esplosivo sotto la chiglia della nave da battaglia inglese Valiant, che per lo scoppio, affondò all'alba del 19 dicembre. Colpito durante il tragitto da intossicazione di ossigeno, a causa del durissimo sforzo che ebbe a compiere durante le cinque ore di immersione, costretto a risalire a galla, dopo qualche tempo fu scoperto dalle sentinelle di bordo e, assieme al suo comandante, rinchiuso in un locale di bordo posto nelle immediate vicinanze della santabarbara. Salvatosi fortuitamente dopo lo scoppio della carica, che provocò l'affondamento della nave, venne condotto in un campo di concentramento e rimpatriato al termine del conflitto. 

Promosso per meriti di guerra Capo di 3ª Classe e di 2ª Classe, nel 1954, a scelta, conseguì la promozione a Capo di 1ª Classe Pa. 

Nel grado di Ufficiale del C.E.M.M. prestò successivamente servizio al Centro Subacqueo del Varignano, al Nucleo Sminamento di Genova ed infine all'Accademia Navale di Livorno, terminando la carriera nel grado di Capitano di Corvetta (CS).
Altri riconoscimenti per merito di guerra:

 (notizie tratte dal sito   www.incursori.it/pagine/biografie.html)


 

Assaltatori della Xª Flottiglia MAS
decorati con Medaglia d'Oro al Valor Militare

 

"Emilio Bianchi. Eroico combattente, fedele collaboratore del suo Ufficiale, dopo avere condiviso i rischi di un tenace, pericoloso addestramento; lo seguiva nelle più ardite imprese e, animato dalla stessa ardente volontà di successo partecipava con lui ad una spedizione di mezzi d'assalto subacquei che forzava una delle più potenti e difese basi navali avversarie; con un'azione in cui concezione operativa ed esecuzione pratica si armonizzavano splendidamente col freddo coraggio e con l'abnegazione degli uomini.
Dopo aver avanzato per più miglia sott'acqua e superando difficoltà ed ostacoli d'ogni genere, valido e fedele aiuto dell'Ufficiale le cui forze erano esauste, veniva catturato e tratto sulla nave già inesorabilmente condannata per l'audace operazione compiuta.
Noncurante della propria salvezza si rifiutava di dare ogni indicazione sul pericolo imminente, deciso a non compromettere l'esito della dura missione.
Col suo eroico comportamento acquistava diritto all'ammirata riconoscenza della Patria e al rispetto dell'avversario".

(Alessandria, 18-19 dicembre 1941)
 

 


l'audace forzamento della base di Alessandria

Relazione di Durand de la Penne

De la Penne

  "Decido di eseguire la navigazione in superficie. Il mio vestito fa acqua, il respiratore va bene. Navighiamo in formazione senza respiratori, con Marceglia sulla sinistra e Martellotta sulla dritta. Essendo in anticipo sull'orario apriamo il tubo porta viveri e facciamo colazione. Continuiamo la stessa rotta. Dopo circa cinque minuti sentiamo il primo scoppio di bomba, ci avviciniamo alle ostruzioni. Vediamo e sentiamo parlare alcune persone sull’estremità del molo. Vediamo anche un grosso motoscafo che incrocia silenziosamente dinanzi al molo e che lancia bombe. Le bombe ci danno abbastanza fastidio. Navigo senza respiratore, solamente con la testa fuori. Ho perduto il collegamento con Marceglia. Vedo di poppa delle macchie scure che si avvicinano rapidamente: sono tre grossi cacciatorpediniere. Passo a pochi centimetri dalla prua del primo. Aumento velocità ed esco in superficie. Entro in porto insieme col secondo caccia mentre l'onda del terzo mi butta sotto la boa. Perdo il contatto con Martellotta. Il terzo caccia è a poca distanza. Vedo chiaramente l'equipaggio che traffica. Ho molto freddo perché il vestito continua a fare acqua.
Arrivo al posto d'ormeggio della nave francese "Lorraine" e avvisto la massa scura del mio bersaglio. Sono circa le due del 19 dicembre e mi trovo a 30 metri di distanza dalla corazzata. M’ immergo a quota 7 metri e mi avvicino. Dopo poco urto contro la carena. Il freddo mi ha reso le mani inutilizzabili e non riesco a fermare il motore. Casco sul fondo fermandomi a 17 metri. Sono molto pesante, per l'acqua che ho nel vestito, devo abbondantemente riempire il sacco del respiratore per avere la spinta necessaria per portarmi a galla. Rilevo di essere a circa 15 metri al traverso delle torri di prua. Non riesco a vedere la sentinella.
Scendo sul fondo e tento di mettere in moto l' apparecchio, ma non parte. Decido di andare a poppa ad aiutare Bianchi, ma mi accorgo che il mio secondo è scomparso: suppongo che deve essere svenuto e quindi spinto a galla. Ritengo che non sia opportuno lasciare a galla il palombaro perché segnalerebbe la nostra presenza. Arrivato in superficie e non trovando Bianchi, decido di portare il "maiale" sotto la nave. L'apparecchio non parte, un cavo di acciaio si è incastrato nell'elica. Dovrò trascinarlo sul fondo fangoso. Dopo qualche minuto sono tutto sudato. Gli occhiali sono appannati e non vedo nulla. Mi fermo per pulire gli occhiali. Durante questa operazione allago la maschera. Provo a scaricare l'acqua dall'interno, ma non ci riesco. Devo quindi berla. Le pieghe della tuta mi fanno molto male. Sento che mi avvicino, causa l'aumentare dei rumori di bordo. Gli ultimi metri sono i più duri: lavoro meccanicamente senza capire dove vado e cosa faccio.
Sono passati circa 40 minuti da quando ho cominciato.
Ricomincio a trascinare l'apparecchio fino al completo esaurimento delle mie forze. Copro il cruscotto col fango per evitare che la luminosità possa indicare la posizione per eventuali ricerche, quindi mi porto in superficie lungo lo scafo. Da bordo mi illuminano con proiettori e mi tirano una scarica di mitragliatore. Vado allora sotto bordo e mi dirigo verso la boa di prua della corazzata, lì trovo Bianchi che mi dice di essere svenuto. Gli dico che tutto è a posto e che le spolette sono in moto. Intanto da bordo ci prendono in giro, credono che la nostra missione sia fallita: parlano di italiani. Faccio notare a Bianchi che fra poco avranno una diversa considerazione degli italiani.
Sono le tre e mezzo. Veniamo portati sul quadrato. Viene un ufficiale e mi dice che non abbiamo avuto fortuna.
Sono circa le quattro, il comandante della nave mi chiede anche lui dove ho messo la carica. Mi rifiuto di rispondere. Mi fanno scendere con Bianchi e con la scorta. Chiedo dove siamo e mi dicono che siamo sotto le torri di prua: ritengo quindi che la carica sia proprio sotto di noi. Gli uomini di scorta sono pallidi e gentili. Mi danno del rum e mi offrono delle sigarette. Dai nastri dei loro berretti, costato che sono sulla corazzata "Valiant".
Quando mancano dieci minuti all'esplosione chiedo di parlare al comandante. Gli dico che fra pochi minuti la sua nave salterà, che non c' è più niente da fare e che, se voleva, poteva mettere in salvo l' equipaggio.
Il comandante mi chiede ancora dove ho messo la carica, e siccome non rispondo mi fa accompagnare di nuovo nella cala. Sento gli altoparlanti che danno ordine di sgomberare la nave. Rinchiuso nuovamente al buio nella cala, dico a Bianchi che è andata male, che per noi è finita, ma che possiamo essere soddisfatti per la missione compiuta. Bianchi però non risponde, mi accorgo che non c' è più.
Passano alcuni minuti e avviene l'esplosione. La nave ha una fortissima scossa. Il locale è invaso dal fumo. Non ho nessuna ferita. La nave sbanda sulla sinistra. Salgo la scaletta e trovato il portello aperto, vado verso poppa. Sono solo. Vedo un orologio che segna le sei e un quarto. Raggiungo la poppa dove sono molti ufficiali e mi metto a guardare la corazzata "Oueen Elizabeth" che è a circa 500 metri. L'equipaggio della "Oueen Elizabeth" è sulla prua. Passano pochi secondi e anche questa corazzata salta. Si solleva sull'acqua e dal fumaiolo escono pezzi di ferro, altri oggetti e nafta che arrivano in coperta da noi e sporca tutti quanti.
Dopo un quarto d' ora ritrovo Bianchi. Ci conducono a terra. Nel campo di concentramento di Alessandria troviamo alcuni ufficiali italiani che hanno udito le esplosioni. Alcuni infermieri italiani mi offrono un'ottima pastasciutta".

 

Queste notizie sono state prese dal sito


                    Interessante filmato da vedere

Video realizzato il 23-02-08 a casa di Emilio Bianchi contenente la cronaca dell'impresa di Alessandria d'Egitto


Ultimo aggiornamento 23/11/2008