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I BIANCHI DI FIRENZE

 

 

SCENARIO STORICO

L'origine dei Guelfi e dei Ghibellini risale al 1125 anno in cui morì Enrico V, imperatore di Franconia, uno dei 10 circoli dell'antico impero germanico.
Ghibellino significò in Italia la piena sottomissione all'Impero Germanico, mediante un'energica politica contro i Comuni, Guelfo invece l'esatto opposto, e solo occasionalmente sostenitore del Papato.
Firenze devastata dai barbari, risorse sotto Carlo Magno e divenne feudo dei marchesi di Toscana.
L'uccisione ( Pasqua del 1215 ) di Buondelmonte dei Buondelmonti, (per aver rotto la promessa di matrimonio con una fanciulla degli Amidei ), avrebbe provocato la prima divisione e la sanguinosa lotta fra i Buondelmonti, Guelfi e gli Amidei e gliUberti, Ghibellini.
In Firenze,quindi, Guelfi si dissero i popolani, che ormai avevano il predominio nel governo comunale rappresentati principalmente dai Buondelmonti, Ghibellini i nobili, in progressiva decadenza rappresentati dagli Amidei e dagli Uberti
Accanto al Podestà che rappresenta il partito dei nobili, viene creata la carica di Capitano del Popolo portavoce e protettore degli interessi del ceto inferiore .
Intorno al 1282 dopo lunghe trattative, si viene ad una rappacificazione fra Guelfi e Ghibellini.
Il governo subisce nuove trasformazioni con caratteristiche sempre più democratiche. Entrano così a far parte della Signoria, cioè del governo, i Priori delle Arti maggiori ( Notai e Giudici, Cambiatori, Setaioli, Lanaioli, Calimala (mercanti di prodotti di lana stranieri), Medici e Speziali, Vasai) ai quali spettò il potere esecutivo, mentre al Podestà rimase solamente il potere giudiziario.
Nel 1293 per opera di Giano della Bella, furono approvati gli Ordinamenti di Giustizia che definivano il potere cittadino, portando le Arti a ventuno, riservando alle prime dodici il diritto di eleggere i Priori, per cui alle sette già indicate in precedenza si aggiunsero le cinque Arti mediane ( Beccai, Calzolai, Fabbri, Maestri di legname e pietre, Rigattieri ) e le nove Arti minori ( Albergatori, Carrettieri, Scudai, Fornai, Vinattieri, Cardatori, Chiavaioli, Venditori di olio e altri generi, grossi Legnaioli ); fu emanata una particolare legislazione contro i notabili sia Guelfi che Ghibellini, venne istituita la carica di Gonfaloniere di Giustizia, praticamente il vero capo del governo.

 

ORIGINI E STORIA DEI BIANCHI E I NERI

Malgrado tutte queste innovazioni, la sete di potere delle famiglie tradizionalmente avverse, gli interessi contrastanti, le interferenze di potenze esterne crearono un nuovo clima di tensione che sfociò in due nuove fazioni: i Bianchi e i Neri.
Questi due nuovi " partiti " si originarono da una profonda spaccatura del partito Guelfo e assunsero tali nomi da altre due fazioni introdotte a Firenze da Pistoia e sorte all'interno della famiglia dei Cancellieri .
 
....... Per meglio capire l'origine dei Bianchi e Neri, non sarà inopportuno precisare che, i discendenti di un certo Cancellieri, (notaio ??) in Pistoia, quale notabile ricco e potente, disponeva di una guarnigione di oltre cento uomini.
Questo Cancellieri ebbe due mogli ( non viene riportato se, vedovo della prima ne sposò una seconda ) e da queste dei figli.
Quelli nati dalla prima, che si chiamava BIANCA vennero chiamati Cancellieri BIANCHI, mentre gli altri, nati dalla seconda, per distinguerli dai primi, vennero appellati Cancellieri NERI.
Verso il 1286 , un figlio di messer Guglielmo Cancellieri Neri, di nome Lorè, mentre giocava con Petieri, figlio di messer Bertacca Cancellieri Neri, per disgrazia ferì quest'ultimo (Petieri).
Guglielmo (Neri), saputo il fatto, mandò il figliolo a casa di messer Bertacca (Bianchi) per scusarsi dell'incidente ma questi, evidentemente molto arrabbiato per l'accaduto, in un impeto d'ira dovuto probabilmente a precedenti contrasti per motiv
i di divisioni patrimoniali, fece mozzar la mano al ragazzo dicendogli :" portala a tuo padre, che quì ti ha mandato, e digli che le ferite col ferro, non colle parole si medicano ".
Ricevendo tale messaggio, Guglielmo (Neri) per rispondere all'affronto avuto, si organizzò e prese in mano le armi, dette origine ad una serie di scontri da cui scaturirono feriti e morti da ambo le parti.
Anche la città di Pistoia si divise in due fazioni e Firenze che aveva autorità sulla città, temendo il degenerare della contesa, ordinò ai capi dei Cancellieri Bianchi e Neri di trasferirsi a Firenze, per aver un più facile controllo su di loro.
I Neri andarono ad abitare nel quartiere dei Donati , ed i Bianchi in quello dei Cerchi.
Ma anche queste due famiglie vivevano in contrasto fra loro perché l'una Guelfa e l'altra Ghibellina.
Un giorno ( il 23 aprile 1300 ??), mentre le due fazioni erano in una situazione di attesa ed incerte sul da farsi, la moglie di Filippo de' Bianchi e quella di Bernardo Donati si trovarono in casa di Vieri de' Cerchi il quale, constatando che le due donne era sedute una accanto all'altra, considerando le posizioni delle rispettive famiglie, ritenne opportuno rivolgersi alla moglie pregandola di spostare una delle due signore.
La moglie di Bernardo Donati ( dei Neri ) risentita per essere stata pregata di spostarsi dal posto che aveva, raccontò tutto al marito il quale, non aspettando altro, denunciò quel fatto come un affronto e da ambo le parti scaturì una dichiarazione di guerra.
Così, iniziarono in Firenze le varie lotte che portarono lutti e rovine.
 
La parte Nera ( Guelfa), rappresentata dalla ricca borghesia, avversa ai nuovi Ordinamenti di Giustizia, e dal popolino vengono capitanati da Corso della famiglia dei Donati ; quella Bianca ( Ghibellina ), più moderata, ebbe per capo Vieri della famiglia dei Cerchi.

 

L' ESILIO DEI BIANCHI e la vita di DANTE ALIGHIERI

Nel maggio del 1265 da Aldighiero II della famiglia fiorentina degli Alighieri o Allighieri, discendenti dal ramo romano degli Elisei, e da Donna Bella nacque Dante Alighieri.
A nove anni conobbe Beatrice, figlia di Folco Portinari, e tale incontro colpì così profondamente il giovinetto che non la dimenticò più, anzi questo incontro costituì il fatto più importante nella vita di Dante da renderlo indelebile per il resto dei suoi giorni.
L'11 giugno del 1289 a Campaldino i fiorentini sono in guerra con Arezzo per motivi di traffici commerciali e tra i volontari a cavallo che i fiorentini hanno schierato in prima linea, appare il giovane Alighieri.
Nella notte dell'8 e il 9 giugno del 1290, Beatrice, che precedentemente era andata in sposa a Simone di Geri de' Bardi, cessò di vivere e Dante, alla notizia, cade in un profondo abbattimento dal quale si risollevò tre anni dopo, quando sposò Gemma, figlia di Manetto Donati dalla quale ebbe due figli : Pietro e Jacopo ( non è certo invece che ai primi due si aggiungessero altri due figli : Giovanni e Antonia, quest'ultima, per alcuni, si ritiene di identificarla con quella Suor Beatrice del monastero di S.Stefano degli Ulivi a Ravenna ).
Nel 1294/95 Dante s'iscrive all' arte dei medici e degli speziali e nel dicembre del 1295 è tra i Savi , cioè nel gruppo di quei cittadini che devono eleggere i Priori.
Nel 1296 fu membro dei Centumviri ( Consiglio dei Cento ) e dal 15 giugno al 15 agosto del 1300 Dante fa parte dei sei Priori di Firenze.
Ma durante la sua presenza nel governo della città, più acuti e violenti si fanno gli scontri fra i Bianchi e i Neri.
Dante è dei Bianchi e non nasconde questa sua tendenza tanto che il 15 marzo del 1301, in una riunione dei savi, si dichiarò contrario ad uno stanziamento di 100 soldati al Papa Bonifacio VIII ( che godeva del favore dei Neri), per inviarli contro gli Aldobrandeschi.
I Neri nel frattempo stringevano accordi sempre più saldi con il papato ed i Bianchi, resisi conto di tale situazione, ritennero opportuno inviare Dante e altri due ambasciatori, a Roma, per intercedere presso il papa Bonifacio affinché mettesse pace fra le due fazioni.
Bonifacio VIII, durante la permanenza di Dante a Roma, invia Carlo di Valois, francese, uno dei più grandi capitani dell'epoca, con i due ambasciatori di Dante a Firenze come Vicario della Santa Sede, con l'incarico di riapacificare la città.
Ma tale soluzione lasciò confusi i Bianchi che non capirono l'inganno, e nel giorno di Ognissanti del 1301 Carlo di Valois fece ingresso in Firenze, per-mettendo che i capi dei Neri rientrassero in città, lasciando consumare le loro vendette contro i Bianchi.
Il primo ad essere colpito fu proprio Dante, che sulla via del ritorno, raggiunta Siena, venne a conoscenza della sentenza emanata in suo sfavore il 27 gennaio del 1302, con la quale, accusato di illeciti guadagni e di aver turbato la pace della città, veniva condannato all'esilio per tre anni ed alla multa di 5000 fiorini. Ben sapendo che non gli sarebbe valso a nulla, non si presentò ai giudici per discolparsi e il 10 marzo del 1302 con una seconda sentenza, la pena inflitta venne mutata nell'esilio perpetuo con la confisca totale dei beni e ad essere bruciato vivo qualora fosse caduto nelle mani degli avversari.
I Bianchi esiliati si unirono allora ai Ghibellini,già precedentemente banditi nel 1266 e anch'essi in contrasto con il Papa Bonifacio VIII, tentando inutilmente per ben 2 volte di rientrare con le armi in Firenze.
Dante si rifugiò a Verona presso Bartolomeo della Scala e nel 1306 si recò presso i Malaspina a Sarzana, nella Lunigiana. Nel 1310 Arrigo VII di Lussemburgo, chiamato da più parti, discese in Italia con lo scopo di pacificare le faziosità dei guelfi e dei Ghibellini, ma mentre muoveva all'attacco dell'ostinata Firenze, a Buonconvento presso Siena morì, si dice, avvelenato.
Dante profondamente deluso andò a Lucca presso Uguccione della Fagiola.
Rifiutò di rientrare a Firenze a condizioni ignominiose e ritornò a Verona presso Cangrande della Scala, quindi a Ravenna presso Guido Novello da Polenta dove morì di febbri malariche il 14 settembre del 1321.

 


I BIANCHI DI FIRENZE

In modo molto succinto ho voluto presentare il panorama Storico-politico della Firenze nei secoli dove i Bianchi ( come personaggi e famiglie oltre che corporazione ) hanno lasciato una traccia che è riuscita a raggiungere i giorni nostri.
Occorre intanto dire che anche questo ramo fiorentino discende da quello Romano e da un documento del 1180 risulta ascritta fra le casate Consolari. Lo storico Marchionne di Coppo ( 1775) dice: "Le famiglie consolari portavano et godevano il benefizio del consolato di questa nostra città di Firenze et la governavano insieme, concordevolmente con le altre famiglie più basse di loro, che queste sole potevano avere questa dignità suprema sopra i Priori ed altri Uffici et così dentro alla città come di fuori per il suo dominio comandavano.
Et questi che la dignità potevano havere in casa loro del consolato supremo, potevano ancora loro soli havere certi altri uffici di dignità di drento et di fuori della città con contentezza e per convenzione fatta con li cittadini di minor grado di loro.Or sempre quando s'havevano a fare spedite o ambascerie, si facevano l'elette di questi cittadini che il consolato maggiore haver potevano".
Ricordiamoci che Firenze, fino dal 1100, era governata da Consoli alla maniera Romana, ma non viene riportato da alcun documento l'anno preciso in cui questa magistratura iniziò a governare, nè quale fosse il numero dei Consoli che, si dice, all'inizio furono due, poi quattro o sei, in rappresentanza forse di ciascun quartiere o dei sestieri in cui era divisa la città.
Che la famiglia Bianchi, oltre ad appartenere al gruppo delle consolari, fosse anche feudataria, lo dimostrano diversi atti contenuti nel 19° libro dei capitoli e delle Riformazioni di Firenze, dove più volte viene riportata la seguente citazione " Fortilia et turres de Blanchis".
Il primo personaggio che troviamo tra le famiglie Bianchi di Firenze risale al sec. XI° ed è Bonacasa Bianchi detto cosa , figlio di Giovanni che a sua volta era figlio di un tal Bianco.
Giovanni, padre di Bonacasa, risulta possessore di una casa confinante con quella del Priore di Badia in loc. San Martino, ed inoltre viene menzionato in un atto di privilegio dato dal Vescovo Ranieri di Firenze in favore delle monache di S.Felicita.
In un rogito del notaio Ser Giovanni, Bonacasa Bianchi, viene citato con il titolo di Cavaliere, e ciò è da considerarsi come titolo nobiliare in quanto all'epoca, erano considerati nobili coloro che venivano nominati Cavalieri dal Papa, dall'Imperatore, dal Re o da Principi stranieri.
Il Bonacasa ebbe anche vari fratelli dei quali. però, non è stato rintracciato alcun documento.
I Bianchi, volendo prender parte alla vita politica, nel 1282 entrarono a far parte delle Arti Maggiori in qualità di Setaioli, e nel 1327 troviamo un tal Nutino Bianchi, citato fra alcuni mercanti fiorentini i quali, per aver Firenze rotto ogni rapporto con Lodovico il Bavaro, re di Francia, persero tutti i loro averi durante un viaggio di affari che in quel periodo effettuavano in Francia.
Nel 1346 fra i Consiliari Communis Florentiae troviamo Bonso Bianchi, e nel 1429 Bianco Bianchi, figlio di Salvestro Bianchi, è in carica come Priore della Repubblica.
Salvestro era a sua volta figlio di Benvenuto Bianchi, capostipite di questo ramo dei Bianchi, l'unico, fin'ora, rintracciato a Firenze con una discendenza certa.
Troviamo ancora Bianco Priore della Repubblica nel 1438 ( nei mesi di luglio ed agosto) e nel 1441 (nei mesi di gennaio e febbraio).
Nel 1469 è invece Benvenuto Bianchi, figlio di Bartolomeo che a sua volta era figlio di Salvestro, altro ramo di questa famiglia, eletto Priore nei mesi di marzo e aprile.
Fu in questo periodo in cui il Domenicano Fra Girolamo Savonarola era sul pulpito di San Marco ad inveire contro la corruzione del clero ed il Papa più volte lo esortò a porre termine a tali insinuazioni, minacciando infine la scomunica per lui eper la città che lo ospitava..
Benvenuto Bianchi, ad evitare che la scomunica minacciata dal Pontefice cadesse su Firenze, per cercare di allontanare il frate, fece imbrattare il pulpito di San Marco da dove il frate lanciava le sue accuse, ma non riuscì comunque a frenare il Domenicano che nel 1494 operò per la cacciata dei Medici.
Nel 1476 Antonio Bianchi, fratello di Benvenuto, risulta Priore nei mesi di luglio ed agosto di quell'anno.
Bernardo Bianchi, ultimo di questa casata, figlio di Benvenuto, ricopre la carica nei mesi di luglio ed agosto del 1509.
Lo stemma usato da questa famiglia era:

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Bandato d'0ro e d'azzurro alla fascia d'argento

 

Schema genealogico dei Bianchi di Firenze

 

 


ALTRI   BIANCHI  PERSONAGGI ILLUSTRI

Giovanni Bianchi ( fine 1500 - 1616 ) Ultimo di una famiglia di artisti di origine lombarda che per circa due secoli furono al servizio dei Medici e dei Lorena.
Nel 1580 fu chiamato a Firenze dal granduca Francesco I per realizzare la Cappella dei Principi, importante raccolta di mosaici, per i quali Giovanni era specialista.
Si Sposò con madonna Buonavita, dalla quale ebbe due figli: Sebastano e Francesco.
Rimase al servizio dei Medici come ingegnere e direttore de' lavori di pietre dure fino alla morte nel 1616.
Sebastiano alla morte del padre, ebbe l'incarico di Custode della Galleria medicea. Morì nel 1646 lasciando gli incarichi avuti al figlio Giovanni.
 
Giovanni (1620 - 1701) viene rammentato dal Baldinucci nelle Notizie di Costantino de' Servi fra gli esecutori del celebre tavolo ottagonale in pietre dure (attualmente al museo delle pietre dure di Firenze. ) su disegno di Ligozzi e Poccetti come rammentato dal nipote di Giovanni, Giuseppe Bianchi che nel suo volumetto Ragguaglio, edito in Firenze nel 1759, attesta che il nonno spesso ricordava il lungo tempo impiegato per realizzare tale opera. Giovanni Francesco Maria figlio di Giovanni, subentrò negli incarichi ricoperti dal padre, come citato nel sopraindicato volumetto.
L'altro figlio di Giovanni, Sebastiano, nato nel 1662, per volontà di Cosimo III iniziò una lunga serie di studi a Bologna nel 1685, quindi a Roma, in Francia nel 1687 e poi a Milano e Padova ricevendo infine la nomina di Antiquario. Contribuì alla pubblicazione della pubblicazione Museo Fiorentino del 1731 oltre a cataloghi di collezioni a lui affidate.
Sembra fosse anche un abile incisore, anche se su alcune stampe, la firma S.B. Fecit alcuni l'attribuiscono al nonno omonimo. Morì nel 1738.
Suo figlio Giuseppe Bianchi, ebbe alla morte dello zio Giovanni Francesco Maria, la carica di Primo Custode della Galleria. Nel 1759 pubblicò Ragguaglio delle antichità e rarità conservate nella Galleria Mediceo-Imperiale di Firenze.

Celestino Bianchi (1817 - 1885) Pubblicista toscano. Nel 1855 fondò "lo Spettatore"; collaborò alla "Biblioteca circolante d'Italia" con Peruzzi e Ricasoli. Nel 1859 fu segretario generale del Governo provvisorio toscano. Diresse "La Nazione". 


S. Ecc. Mons. Giovanni Bianchi

Vorrei ringraziare in modo particolare mio padre e mia madre. Mio padre che per diciannove anni infermo, cieco, ha vissuto prima un po’ in maniera ribelle ma, al momento della conversione, si e donato totalmente a Dio. Lui che era contrario ha voluto offrire la sua vita per me. Il Signore misteriosamente lo ha esaudito: infatti è morto quindici giorni prima della mia ordinazione sacerdotale. E con il babbo la mamma, che è stata veramente martire dell’amore e della sofferenza perché ha portato avanti la famiglia con l’umile suo lavoro. E quando si e trattato per Giovanni di entrare in seminario ha cercato qualche denaro per potermi mantenere. Misteriosamente e provvidenzalmente là, in quella pensione Banchi, che ora è la Casa della Gioventù a Firenze, ha chiesto ai pensionanti un aiuto; una signorina americana ha detto subito «pagare tutto io». Non mi ha voluto conoscere perché diceva «non voglio che Giovanni sia umiliato». Cosi sono potuto arrivare, dopo il periodo del seminario, al sacerdozio: 6 luglio 1941, Ed è iniziato per cinque anni il mio ministero, nella furia della guerra, degli orrori, delle stragi, dei bombardamenti, delle deportazioni, periodo terribile nel quale la provvidenza di Dio mi ha salvato, ha salvato mia madre, mia zia Anita che mi ha seguito sempre, ha salvato i miei fratelli Eliseo, Mario, riportandoli dalla guerra fuggiaschi e per un anno e mezzo sono rimasti nascosti da me. Soltanto in quell’anno e mezzo hanno avuto da me qualcosa, dopo no; mi hanno amato teneramente, delicatamente, ma non hanno mai chiesto nulla a me; semmai io molte volte sono ricorso a loro, quando ormai era passato il clima pauroso della guerra. Poi ci fu il periodo nel quale la violenza nascosta stava esplodendo. Esplodeva a volte in maniera dura, in maniera terribile. Il mio predecessore parroco Mons. Leone Crocetti il giorno dell’attentato di Palmiro Togliatti fu ammazzato di botte: era un gruppo di donne. Poi iniziò il periodo della ricostruzione, il periodo nel quale si sentiva il bisogno di eliminare tanto odio, tante difficoltà, tanti rancori. Il Signore, lui solo, mi fece capire che in quel momento era necessaria un’educazione, una formazione all’amore, e iniziai, insieme con i miei collaboratori sacerdoti, le suore, tante anime buone e soprattutto la sofferenza e la preghiera di tanti malati che coinvolgevo nell’opera di educazione all’amore che stavo facendo nella mia parrocchia, Castelfiorentino, in cui restai undici anni.
Pensavo di continuare in quel clima di risurrezione di vita, quando il Cardinale Elia Dalla Costa, servo di Dio mi chiamò e mi disse che mi voleva accanto a sé come Vicario Generale nella diocesi. Fu un momento durissimo per me, ma altrettanto dura fu la decisione del Cardinale Arcivescovo. Piangendo lasciai la mia parrocchia, scesi a Firenze e ho iniziato il mio servizio di fratello dei miei sacerdoti; e quando nel 1964 è arrivato l’altro ordine che dovevo essere Vescovo ausiliare, cercai di rifiutare, di respingere questa che poteva essere un’offerta gratificante. Fu irremovibile l’Arcivescovo e 1’8 settembre 1964 fui ordinato Vescovo ausiliare e inizio un lavoro sereno, un lavoro nel quale offrii me stesso al Signore come strumento di quell’amore che Egli voleva portare nella diocesi di Firenze. Pensavo di rimanere li, in quel clima di fraterno amore, in quel clima di serenità, in quel clima di rinnovata fiducia in Dio e nel medesimo tempo rispetto e amore verso se stessi. Purtroppo non era così. Dopo essere passato anche attraverso prove dure venne il momento di lasciare Firenze, la mia Firenze, nella quale ero nato, battezzato, cresimato, ordinato sacerdote e parroco e la mia destinazione fu in mezzo a voi, a Pescia, e feci l’ingresso qui in questa Cattedrale. C’erano tante persone, ma dentro di me c’era una sofferenza perché pensavo che altri miei confratelli sacerdoti, che meritavano più di me e certamente brillavano in santità e scienza più di me, mi parve che fossero stati trascurati. Ma donai me stesso al Signore e ricordando il mandato di Cristo «andate e insegnate, andate e annunciate il mio Vangelo» fu quello il mio impegno, e voi ne siete testimoni. Catechismo, incontri, varie esortazioni, vari momenti di approfondimento della Parola di Dio: quello sentivo essere il mio compito, a cui non potevo e non volevo rinunciare.
Sono così passati diciassette anni. Scattò il fatidico settantacinquesimo anno di età quando ogni Vescovo deve deporre nelle mani del Pontefice il mandato della diocesi che gli è stata consegnata. Ci soffrii,

http://www.collevalenza.it/Riviste/2001/Riv0701/Riv0701_03.htm


Ultimo aggiornamento 20/04/2005